Kombuch-amo

Frizzantezza? ✅

innumerevoli gusti? ✅

freschezza? ✅

dissetante? ✅

No, non si tratta di una RDMSC, ma di Kombucha.

Parola strana, di origine non completamente definita, identifica una bevanda a base di tè zuccherato fermentata grazie all’utilizzo di uno SCOBY (acronimo inglese che sta per symbiotic culture of bacteria and yeast, coltura simbiotica di batteri e lieviti) chiamato anche, in questo caso, madre della Kombucha.

Come funziona?

Per descrivere in modo semplicistico il funzionamento, mi espongo agli strali dei più tecnici, e dico che funziona similarmente a come funziona la fermentazione/produzione dell’aceto. Per produrre l’aceto si ha bisogno della “madre dell’aceto” che fermenta il vino.

Per farlo in modo un po’ più specifico mi affido a un articolo e grafica relativa. Il disco gelatinoso-celluloso (aggettivo inventato proveniente da cellusa), dai più tecnici chiamato anche biofilm, galleggia sul tè zuccherato fermentando gli zuccheri presenti nel tè. Il procedimento con il quale ciò accade non è dei più semplici da spiegare e si tratta di una cooperazione attiva tra batteri e lieviti presenti nello SCOBY. Nella grafica affianco estratta dall’articolo della rivista PeerJ – Life and Enviroment c’è uno schema che sicuro la spiega meglio di quanto possa fare io.

Nell’articolo sopra linkato gli autori paragonano il funzionamento cooperativo nella kombucha a un modello applicabile per la risoluzione di conflitti in sistemi microbici complessi multispecie.

Qualche frecciatina all’animale uomo?

Si vabbè, ma com’è sta bevanda?

Il risultato dopo alcune prove, mi piace. Molto. La (quasi) kombuch-amo. Ha un acidità che ti lascia il palato “pulito” dopo averla bevuta (gergo più o meno tecnico per descrivere quella sensazione “tattile” di assenza di dolcezza e velatura in bocca che si ha dopo aver bevuto bevande dolci o mediamente alcoliche), è frizzante quindi aumenta questa sensazione, ma è anche leggermente dolce e variamente aromatizzata.

Entusiasmante autoproduzione casalinga

La prima volta che l’ho bevuta è stato in Nuova Zelanda, dove vige un severo alchol ban nelle aree pubbliche (c’è qualche problema di abuso di alcol [PDF]). Mangiando un panino in spiaggia, ci è stata offerta un’ottima kombucha ghiacciata. E devo dire che funzionava. Da lì devo dire l’abbiamo bevuta diverse volte, fermandoci per strada nei market o durante qualche pausa e pranzo.

Riflessione sulla kombucha

Partiamo dal presupposto che come tanti alimenti fermentati, l’assunzione ti permette di assumere anche elementi probiotici attivi, che in qualche modo fanno bene al tuo intestino, e quindi a te.

Detto ciò, come scritto da persone decisamente più autorevoli del sottoscritto, anche la kombucha non è la panacea di tutti i mali (c’è qualcosa che lo è?).

Oltre però alle considerazioni di tipo salutistico/salutare, interessante potrebbe essere la riflessione da un punto di vista commerciale. La kombucha infatti potrebbe essere una buona scommessa imprenditoriale. Nel Regno Unito ricerche recenti evidenziano come soprattutto i giovani (16-24) stiano sempre di più abbandonando l’assunzione di bevande alcoliche, si parla del 30% di astemi nel 2015.

Avere un pub con una o due spine che servono kombucha ghiacciata potrebbe essere una risposta molto interessante a un pubblico che non beve alcol e che magari vuole provare qualcosa che non sia la solita Coca-Cola o il te dolce.

Ma dove me la prendo la madre?

Domanda corretta. Le opzioni sono essenzialmente due: 1) avete un/a conoscente che produce kombucha e ne ha un po’ da regalarvi 2) la comprate sul magico mondo di internette. Io l’ho acquistata sul sito fervere.it assieme ad uno starter kit.

Se gravitate in zona Trieste, io posso spacciarvene un po’. In tal caso potreste considerarvi tra quelle/i al punto 1.

2 commenti su “Kombuch-amo”

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